Perché il male è nella nostra vita - Sossio Giametta

Passando attraverso Spinoza, questa fenomenologia comporta una radicale delucidazione del male. Poiché esso non esiste sul piano assoluto, Dio non se ne occupa e non ne è responsabile. In Dio non esistono né il bene e il male, né il vero e il falso, né il bello e il brutto. Queste dicotomie presuppongono una divisione che in lui non c’è, essendo Egli, cusanianamente, una coincidentia oppositorum. […]Ma il male (bene-male, vero-falso, bello-brutto) ben esiste, invece, per le creature, tutte create dalla potenza divina (come dono? per amore?), come male avvolgente, orrendo, immutabile e irrimediabile, quale è denunciato, tra i filosofi, soprattutto da Schopenhauer[…]La stessa serenità, che molti filosofi predicano come surrogato della felicità, è, come stato permanente, impossibile, perché, se non viene dal carattere, indipendente dalle condizioni di esistenza, può essere solo una conquista temporanea e precaria, non molto più di uno stato valetudinario[…]Il male è qui dunque il rovescio della medaglia dell’Essere, della sua potenza creativa. Nei viventi, negli uomini, a cui vogliamo qui limitare il discorso, le due cose, una esistente e l’altra non esistente in Dio, sono entrambe esistenti e indistricabilmente intrecciate nelle creature, con infinite modulazioni e contemperamenti, in cui il male (la grandezza), prevale sull’essenza (la piccolezza).[…]Il senso – etico e religioso – della vita sta nel lottare per l’essenza a cui apparteniamo, nell’aderirvi tenacemente contro le avverse e allogene condizioni di esistenza[…]L’essenzialismo si presenta pertanto come una fenomenologia dell’Essere in quanto bene e male, vero e falso, bello e brutto.

L'obbligo alla vita in carcere - Silvia Ubaldi

 Procura un forte “disagio” morale e culturale riconoscere che il comportamento suicida possa essere “normale” piuttosto che patologico. L’uso della categoria di devianza patologica in merito al suicidio sembra, d’altra parte, avere un effetto maggiormente rassicurante relativamente ai valori psicologici della società; cosicché colui che lo metterà in atto, potrà essere rinchiuso e allontanato in quanto pericoloso. Il che non appare una forzatura, né una enfatizzazione della figura del suicida, dato che, perlomeno nel penitenziario, il soggetto viene, in concreto, allontanato ed emarginato, adottando la misura, che si chiama appunto di “isolamento” oppure disponendo, nei casi più gravi, il trasferimento all’ospedale psichiatrico 

Giorgio De Chirico - Il ritorno di Ulisse (1968)

Giorgio De Chirico - Il ritorno di Ulisse (1968)

William Hogarth - The Analysis of Beauty (1753)

William Hogarth - The Analysis of Beauty (1753)

glipterodattilivolano:

La festa dei lavoratori e delle lavoratrici che han capito che il lavoro serve ai padroni per comandare e allo stato per tenerci buoni. La festa dei lavoratori e delle lavoratrici che han capito che il denaro non serve per vivere, serve ai padroni per comandare e allo stato per tenerci buoni. La festa dei lavoratori e delle lavoratrici che han capito che il lavoro non è un valore, che lo è solo per i padroni e per lo stato. La festa dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno scelto di non chiamarsi più lavoratori e lavoratrici. La festa di uomini e donne che si sono liberat* da qualsiasi tipo di schiavitù, di uomini e donne che hanno sputato in faccia a qualunque autorità, di uomini e donne che hanno abbattuto ogni tipo di discriminazione e di sfruttamento, e hanno ricominciato a vivere e non più a sopravvivere.

Quando verrà, la festeggerò.

C’è gente che fa soldi, altri fanno i matti, ed altri ancora dei figli. C’è chi fa dello spirito. C’è chi fa l’amore, e chi fa pena. Da quant’è che cerco di fare qualcosa! Non c’è niente da fare: non c’è niente da fare.
tierradentro:

“Always and Never”, also known as “Death and the Maiden”, 19th century, Pierre-Eugène-Emile Hébert.

tierradentro:

Always and Never”, also known as “Death and the Maiden”, 19th century, Pierre-Eugène-Emile Hébert.

Emotions, in my experience, aren’t covered by single words. I don’t believe in “sadness,” “joy,” or “regret.” Maybe the best proof that the language is patriarchal is that it oversimplifies feeling. I’d like to have at my disposal complicated hybrid emotions, Germanic train-car constructions like, say, “the happiness that attends disaster.” Or: “the disappointment of sleeping with one’s fantasy.” I’d like to show how “intimations of mortality brought on by aging family members” connects with “the hatred of mirrors that begins in middle age.” I’d like to have a word for “the sadness inspired by failing restaurants” as well as for “the excitement of getting a room with a minibar.”