tierradentro:

“Always and Never”, also known as “Death and the Maiden”, 19th century, Pierre-Eugène-Emile Hébert.

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Always and Never”, also known as “Death and the Maiden”, 19th century, Pierre-Eugène-Emile Hébert.

Emotions, in my experience, aren’t covered by single words. I don’t believe in “sadness,” “joy,” or “regret.” Maybe the best proof that the language is patriarchal is that it oversimplifies feeling. I’d like to have at my disposal complicated hybrid emotions, Germanic train-car constructions like, say, “the happiness that attends disaster.” Or: “the disappointment of sleeping with one’s fantasy.” I’d like to show how “intimations of mortality brought on by aging family members” connects with “the hatred of mirrors that begins in middle age.” I’d like to have a word for “the sadness inspired by failing restaurants” as well as for “the excitement of getting a room with a minibar.”
René Magritte - Tentative de l’impossible (1928)

René Magritte - Tentative de l’impossible (1928)

sharhazard:

Hieronymus Bosch - The Garden of Earthly Delights (1480-1510)

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Hieronymus Bosch - The Garden of Earthly Delights (1480-1510)

Zizek! (2005), di Astra Taylor

(Fonte: lobstrocities)

Che cos’è il popolo? […] il popolo è l’insieme di tutti coloro che provano una necessità comune. Di conseguenza appartengono al popolo tutti coloro che considerano la propria sofferenza una sofferenza comune[…]per tale ragione impegnano tutte le loro energie vitali per porre fine alla propria sofferenza[…]solo tale sofferenza è la forza di un vero bisogno, né esiste un vero bisogno che non sia un bisogno comune[…]solo la soddisfazione d’un vero bisogno è la vera necessità, e solo il popolo agisce secondo necessità e, per conseguenza, in modo irresistibile, vittorioso e veritiero.[…]
Chi sono i suoi nemici? Tutti coloro che non provano una vera necessità[…]la loro necessità è immaginaria, falsa, egoistica[…]quindi un bisogno privo di necessità, in netta antitesi con il bisogno comune.[…]Ora la soddisfazione di tale bisogno immaginario è il lusso[…]Esso consuma, tortura, brucia, tormenta; mai appagato, rende invano languenti lo spirito, il cuore, i sensi, divora ogni piacere, l’allegria, la stessa gioia di vivere per un unico inaccessibile momento di gioia[…]
Chi potrà redimerci da quest’estrema miseria? La necessità. Essa solo può far riprovare al mondo il bisogno vero, quello che, essendo reale perché naturale, può essere appagato secondo la sua natura.[…]
Tutti uniti proclameremo l’alleanza della sacra sofferenza, e il bacio fraterno che consacrerà quest’unione sarà l’opera d’arte dell’avvenire. In essa il nostro grande benefattore, colui che in carne e ossa rappresenta la necessità, il popolo, non sarà più qualcosa di particolare, di differente. Nell’opera d’arte saremo un solo essere, saremo coloro che recano e indicano la necessità, coloro che conoscono l’incosciente, vogliono l’involontario; saremo i testimoni della natura, cioè degli uomini felici.

Richard Wagner - L’opera d’arte dell’avvenire (1849)

La donna che egli amava , Ange, era una sua invenzione, se l’era creata lui con uno sforzo voluto; essa non aveva collaborato a questa creazione, non l’aveva neppure lasciato fare perché aveva resistito. Alla luce del giorno il sogno scompariva.
-Troppa luce! - mormorò egli abbacinato. -Andiamo all’ombra.
Essa lo guardò con curiosità vedendogli il viso sconvolto: -Il sole a te fa male? Mi dicono infatti che ci sono delle persone che non lo possono sopportare.
Il dilettante non viene definito necessariamente da un sapere di grado inferiore, e neppure da una tecnica imperfetta, ma da qualcos’altro: il dilettante è colui che non si fa vedere, colui che non si fa sentire. Qual è il significato di questo eclissarsi? Il dilettante si limita a produrre il proprio godimento (però nulla impedisce che diventi anche il nostro, senza che egli lo sappia), e questo godimento non procede verso nessuna isteria. Al di là del dilettante, finisce il godimento puro (estraneo a ogni nevrosi) e ha inizio l’immaginario, cioè l’artista: senza dubbio l’artista gode, però dal momento che si mostra e si fa sentire, e quindi ha un pubblico, il suo godimento deve fare i conti con un’immagine, che è il discorso tenuto dall’Altro su ciò che egli fa. Réquichot non mostrava mai le sue tele (che sono ancora poco conosciute): «Ogni sguardo sulle mie creazioni è un’usurpazione del mio pensiero e del mio cuore. Quel che faccio non è fatto per essere visto. I vostri giudizi e le vostre lodi sono come degli intrusi che turbano e maltrattano la genesi, l’inquietudine, la percezione delicata del mentale in cui germoglia qualcosa che cerca di crescere.»